Marchisio: “Ad Andrea Agnelli dissi ‘Io non voglio essere uno che nella storia Juve non ha vinto niente'”

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Nel corso di un’intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, l’ex centrocampista della Juventus, Claudio Marchisio, ha parlato della sua vita in bianconero.

Le parole di Marchisio:

“Il mio sogno da bambino era legato certo al calcio, ma molto anche alla Juve, alla squadra della mia città, agli idoli che ho avuto durante gli anni della scuola.

Indossare quella maglia sarebbe stato veramente l’apoteosi, dentro la mia testa e il mio cuore.

Ricordo sempre una conversazione con Andrea Agnelli, alla fine degli anni duri, in cui gli dissi: ‘Io non voglio essere uno di quei, pochi, giocatori che nella storia Juve non hanno vinto niente. Credo che anche tu da presidente non voglia essere uno di questi’.

Perché arrivavamo dalla B e da due settimi posti. In quel tempo si sono rafforzate le mie radici bianconere, mi dicevo che la mia carriera alla Juve non poteva essere mediocre, che i grandi giocatori che avevo intorno ed io stesso meritavamo di legare i nostri nomi a risultati importanti.

Così siamo arrivati a quel ciclo vincente che continua, per fortuna, ancora oggi”.

Marchisio ha poi rivelato i nomi di due allenatori bianconeri grazie ai quali è cresciuto maggiormente:

Deschamps, che è stato allenatore della Juve in un periodo difficilissimo.

In serie B ha creduto in me, mi ha dato l’opportunità di giocare da titolare. Nello stesso tempo mi trattava veramente come l’ultimo arrivato, come un ragazzino al quale insegnare il rispetto dei ruoli. La sua cultura francese, tosta, mi ha insegnato molto.

E poi sicuramente Antonio Conte perché, al di là di quello che mi ha regalato in campo, a me come ad altri ci ha toccato nell’orgoglio. Ci ha detto: ‘È due anni che arrivate settimi, è due anni che fate schifo. Quindi qua o si pedala o si va via’. Ci ha spinto a metterci alla prova, ad aver voglia di guadagnarci le vittorie. Loro due sono quelli che mi hanno cambiato, tanto”.

Circa la decisione di ritirarsi, Marchisio ha commentato:

“Mi sono infortunato ma stavo già male e non lo sapevo. Mi sono ritrovato con il menisco fuori dal ginocchio e quindi con tibia e femore grattati, senza più cartilagine. Io ci giocavo sopra perché lo reputavo un dolore accettabile, invece quest’operazione l’ho dovuta fare rischiando una protesi al ginocchio a quaranta anni.

Non potevo prendermi in giro: in campo la mia testa voleva fare qualcosa ma il mio corpo non riusciva più a farlo. Così è subentrata la frustrazione che è una brutta bestia nera.

Poi sapevo che non avrei mai potuto indossare un’altra maglia in Italia, avrei dovuto dunque cercare una sistemazione all’estero, sapendo di giocare soltanto forse un anno.

Ora penso di essere nel momento della semina. Sto cercando di ascoltare molto, di imparare il più possibile, di capire cosa possa essere Claudio dopo il calcio“.

Circa la superiorità della Juventus, l’ex centrocampista bianconero ha commentato:

“La superiorità in campo della Juve la si può leggere dai nomi, dall’esperienza e dal costo dei cartellini di alcuni giocatori. Ma non vuol dire niente, il bello dello sport è proprio che a differenza di altri mondi, c’è sempre l’aspetto emotivo, di gruppo, di squadra. C’è il sacrificio e la voglia di vincere.

In una squadra come la Juventus, che ha degli obiettivi importanti, devi essere sempre lassù, non conta alla fine in che modo, l’importante è essere sempre lì e la Juve comunque anche ora è lì.

Marchisio ha poi concluso con un commento nostalgico:

Mi manca il profumo dell’erba bagnata. Con la Juve si giocava spesso la sera, scendevi in campo e sentivi l’odore del campo bagnato per l’umidità, la pioggia, con il verde elettrico dato dalla luce dei riflettori.
Una magia. Quella mi manca, sicuramente”.