Marcello Lippi racconta il suo arrivo alla Juve: “A mio padre dissi ‘Papà, abbi pazienza: io vado'”

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Nelle ore in cui si sta decidendo il futuro della panchina della Juventus, a parlare anche di Juve è Marcello Lippi, che è stato uno storico allenatore dei bianconeri, oltreché commissario tecnico della Nazionale Italiana nel 2006.

Lippi si è raccontato in una bella intervista a la Gazzetta dello Sport, e ha iniziato parlando della Cina:

“A gennaio ricevo l’invito del Quirinale alla cena con Mattarella e Xi Jinping. E lì succede una cosa incredibile. Non lo conoscevo di persona, ma lui ama il calcio. Entra, mi vede, rompe il protocollo e mi fa: ‘Lei torna in Cina, eh!’. E io: ‘Sì, vediamo…’ e gli do una pacca. Mattarella sorride: ‘Lo sa che mi chiedeva di lei?’. Elkann, Tronchetti e altri accorrono: ‘Sei stato l’unico italiano!’. È un uomo speciale”.

Lippi prosegue parlando del padre:

“Andava al bar per “Tutto il calcio…” e diventava rosso che dovevano dargli un cognacchino. Era un vecchio socialista. Contro il potere. E la Juve era il potere. Sono andato a salutarlo sulla tomba: ‘Papà, so che la Juve ti stava sulle palle, ma abbi pazienza: io vado‘”.

Me le faceva vincere tutte. Dopo mia sorella, e un maschietto nato morto, arrivo io. Allora mica sapevi il sesso: quando sono nato è corso in strada urlando ‘È maschio, è maschio’. Quando mi ha licenziato il Cesena, nel ’91, sono andato da lui: era giallastro in viso e l’ho portato dal medico. Bilirubina. Un mese dopo è morto tenendomi per mano: non avrebbe potuto se fossi stato con la squadra“.

“Mai preso uno schiaffo. No, uno sì. Lavoravo nella nostra pasticceria, avevo 15 o 16 anni. C’era una dipendente, ci siamo ritrovati soli e siamo finiti sui sacchi di farina. Lui entra e picchia: ‘Sul lavoro mai!’. Una bella famiglia, non benestante, ma papà ha cambiato mille lavori per farci star bene, e mamma sarta ci cuciva i vestiti alla moda”.

Lippi ha proseguito poi parlando delle sue strategie di gioco:

“Se non giochi bene è difficile vincere. Ho avuto una Juve con tre attaccanti che pressavano altissimi. Il merito è non essere stato integralista. Non ho mai esasperato la tattica: se gli attaccanti pressavano alto, i centrocampisti accorciavano e così i difensori, altrimenti gli avversari sarebbero stati pericolosi. Il fuorigioco era una conseguenza. Un uomo fortunato? Sì. Ho fatto cose incredibili, con un po’ di merito. Del Bosque ha vinto l’Europeo in più, io la Champions d’Asia…”.

Di sé tifoso bambino ha ricordato:

“Da bambino tifavo Milan. Abitavo in pineta, lì si allenavano Noletti, Trebbi, Liberalato. Rompevamo sempre le scatole”.

Un ultimo commento di Lippi sulla situazione del calcio italiano:

“Si pensava che con tanti stranieri fosse finita, invece nascono sempre giovani, da Chiesa a Zaniolo, come Totti e Del Piero. C’è la casualità, ma il lavoro sui giovani è decisivo. Sono stati momenti difficili, ma vincere sempre non è bello“.

“Il meglio lo dai quando dici ‘ti faccio vedere’: le grandi vittorie vengono dai momenti negativi”.