Nedved: “Non potrei mai sognare di essere altrove”

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Pavel Nedved, vicepresidente della Juventus, ha rilasciato una lunga intervista al The Telegraph, in cui ha parlato di sé e del suo rapporto con la squadra bianconera.

Nedved, parlando della sua carriera, ha dichiarato:

“È stato un viaggio incredibile, è andato oltre le mie aspettative. Non potrei mai sognare di essere altrove rispetto a dove sono adesso, e sto ancora vivendo questo sogno. Il calcio è il mio più grande amore. Dopo il ritiro non volevo subito essere coinvolto nuovamente nel mondo del calcio, ma quando ho ricevuto la proposta, apprezzando l’onorevole Agnelli e tutta la sua famiglia, non potevo dire di no”.

Il dirigente bianconero ha continuato:

“Ho la responsabilità di non deludere nessuno. Lo sentivo quando giocavo e ora che sono dirigente. Non c’è differenza, mi sono sempre sentito così, ad essere onesto. Perché mi sono sempre sentito privilegiato. Sono stato in grado di fare ciò che amo, sono sempre stato trattato bene, sono sempre stato pagato bene, ecco perché. Sento che devo qualcosa, che ho bisogno di restituire qualcosa. È sempre stato un grande piacere, ma comunque sento questa responsabilità. Posso dire che in passato, quando ero un giocatore, era meno pesante perché potevo concentrarmi sulla mia prestazione e su me stesso. Ma anche adesso, anche se il mio ruolo è cambiato, non voglio deludere nessuno”.

Del suo rapporto con la tifoseria bianconera ha detto:

“Onestamente non riesco a spiegare perché il mio rapporto con i fan sia così forte ma, forse, è dovuto al modo in cui vedo il calcio. L’ho sempre visto come il risultato di grandi sacrifici, sacrifici che fai ogni giorno per le vittorie e duro lavoro. Questo è ciò su cui si basa questo club: quel duro lavoro, quel grande sforzo, quel sacrificio”.

Secondo me il lavoro è come la Juventus. Non ci sono molti club come questo: il Manchester United, il Real Madrid, il Barcellona e il Bayern Monaco. Ho sempre avuto questo tipo di mentalità. Ho imparato da quando ero un bambino, cresciuto in un piccolo villaggio nella Repubblica Ceca, che dovevo essere così per competere, per essere il migliore e poi competere contro il meglio”.

E ha concluso:

“Non c’è stato un secondo, un minuto, un’ora, un giorno che mi sono perso, perché ho sempre voluto migliorare. Non ho perso tempo e non ho rimpianti. Ne è valsa la pena farlo”.